lunedì 10 giugno 2024

Le tecnologie hanno ucciso i pensieri e le riflessioni.

 Le tecnologie hanno ucciso i pensieri e le riflessioni”

 

Ci sono innovazioni utili, ausiliarie del nostro modo di vivere, apparentemente innocue il cui effetto sulla nostra psiche, a lunga durata, è sconosciuto. Mi riferisco alla Tv, al digitale terrestre, al telefonino, all’autoradio, al palmare, al computer e via di seguito. Tecnologie che hanno invaso ogni angolo libero della nostra mente, espropriandolo. Perché non di attività solo manuali si tratta, bensì di esercizi quotidiani con i quali il nostro cervello investe una parte preponderante di sé stesso.

I pochi minuti che, quotidianamente, avevamo a disposizione, quando all’orizzonte non erano ancora comparse queste tecnologie erano per lo più dedicati al pensare e al riflettere.

Liberi da questi condizionamenti, la nostra mente sentiva il bisogno di raccogliersi, assecondando la consapevolezza del pensiero, ossia quell’attività riflessiva che, altro non è se non l’esigenza dell’anima di esaminare le nostre azione quotidiane, ricavandone un giudizio.

Poiché questi bisogni vitali del pensiero si sono rarefatti, non ci sono rimasti che i sogni: quell’attività onirica che il nostro cervello accende nell’abisso della notte, allorché la nostra anima, libera da condizionamenti evade dalla prigione diurna in cui l’abbiamo forzatamente rinchiusa, facendo così affiorare bisogni e necessità repressi.

Forse è questa la ragione per la quale, come ho letto da qualche parte, l’uomo moderno “consuma”

più sogni del passato? Un’attività di riflessione prima demandata alla coscienza “libera” del pensiero, che oggi viene svolta, per delega naturale, dall’attività onirica. Pubblicata su La Sicilia oggi 10.06.2024

domenica 9 giugno 2024

I profumi del mio paese,Linguaglossa

 I profumi del mio paese, Linguaglossa.

Maggio, il mese dei profumi.

La sera il dolce profumo del fieno o dell’erba tranciata di fresco, come onda di mare, sommerge case, strade e palazzi.

Là, sulla collina, una minuscola luce appare: un solitario, luminoso puntino, che nell’oscurità della notte, segnala l’arrivo del pastore, intento, a quell’ora, a far bollire il suo pasto serale.

La luna, con i suoi ricami d’argento, accompagna il silenzio, che invade strade e quartieri con i lampioni che, ora, si svegliano dopo un lungo sonno diurno.

Col passare delle ore, il profumo di fieno si mescola ad altri: la nepetella, tanto cara ai gatti, o la lavanda, che ha il profumo dei miracoli, quando non è quello inebriante di zagara. che da sud-est s’inerpica lungo i tornanti per regalarci notti da sogno.

Per i più fortunati, che abitano nelle zone più alte, le fragranze talvolta si mescolano all’acre odore di sterco (che natura anch’essa è!), che un refolo di maestrale, dispettoso complice, ci porta da qualche sperduto, lontano ovile, dove l’ultimo pastore ha ‘deposto’ il suo gregge.

Una canna tiene a fior di labbra (il pastore), la sua zampogna, e un bastone a mò di croce sulle spalle, le braccia penzolanti da esso.

Così fa ritorno alla sua dimora, con ancora nelle orecchie lo scampanellio dell’ultima pecora, che si addormenta stanca, ma sazia.

E dalla zampogna par che escano, come suoni, i versi del Pascoli: “Udii tra il sonno le ciaramelle, ho udito un suono di ninne nanne.

Ci sono in cielo tutte le stelle, ci sono i lumi nelle capanne.”.

Questo è il mio paese, Linguaglossa, uno come tanti, ognuno con i suoi profumi, ma qui tutto è diverso.

I profumi germogliano come fiori: ora le odorose gialle ginestre; più tardi i languidi perigoni dei castagni in fiore, dall’aspro, intenso profumo, per poi mutarsi in dolci acheni, dal sapore di bosco; il prezioso odor di origano, soave e avvolgente; il ricercatissimo finocchietto selvatico o quello che più ti penetra nell’anima, oggi, come quando sei nato, il profumo della terra appena dissetata dall’inattesa pioggerellina estiva, con i suoi lievi effluvi, sbuffi dei nostri padri sepolti e altri ancora, che impastano l’aria di mille odori.

Tanti.

Che s’intrecciano con gli umori della ‘montagna’, quanti i colori dell’iride: mutevoli, cangianti, spaventosi, divertenti, irripetibili, sconvolgenti, sereni o travolgenti, come le genti che qui da sempre dimorano. 

venerdì 7 giugno 2024

Al canto del gallo

 Al canto del gallo.

 

Vi sono diversi modi di svegliarsi la mattina, a me tocca col canto del gallo.

Ho la fortuna di abitarci a cento metri, a un di presso, e non c’è sensazione più dolce e salutare che tendere l’orecchio, in attesa che il pennuto si pronunci sull’inizio della giornata.

Un pennuto, senza amici, considerato insolente, eppur, è l’unico che ci augura buon giorno.

L’ora in cui inizia la sua sagra canora è la migliore della giornata.

Intanto perché i pensieri sono impregnati della rugiada mattutina, che li rende freschi e lievi e perché l’aria che irrompe in casa, all’aprir delle imposte, è un tripudio di profumi: dalla fiorita ginestra, alla dolce zagara o al magico gelsomino e perché non all’aspro origano, che prendono il posto, nell’orologio dei profumi giornalieri, di quello appena cessato delle “mirabilis jalapa”,(belle di notte) i cui fiori si negano al sole.

Nel tripudio dei profumi che le piante ci regalano, il mattino è il più propizio per godere di questo regalo della natura.

Anche le piante più povere, il prezzemolo, il basilico, la salvia, il rosmarino, che mi tengono compagnia sul davanzale, si sbracciano anch’essi, in questa gara a profumar l’aria e non son da meno.

E’ quella del canto del gallo l’ora che il rosso fa timido capolino, là dove il mare si fonde col cielo.

Un rosso che tosto si muta in bianca luce, accecante, che ci ricorda Qualcosa o Qualcuno che l’uomo cerca da sempre.

In questa magica resurrezione della natura s’intrecciano i canti melodici degli uccelli, le uniche creature viventi cui, è stata donata la libertà, agli umani negata, di stare tra cielo e terra come creature celesti.

Quello del gallo non è un canto vano, è un invito a partecipare al rito del risveglio, prima che l’anima sia inghiottita dalla caligine del giorno.

Dopo questo concerto di profumi, di canti e di colori inizia il giorno, la fatica dell’essere, per ricordarci che il sogno è finito, inizia la vita, quella, amara, fatta di rumori, di strilli, di lamenti, la più lunga da percorrere, la più irta, la più disumana per gli umani. 

martedì 4 giugno 2024

Pensare per rigenerarsi

 

Pensare per rigenerarsi.

La vita talvolta c’invita a isolarci per rimembrare le nostre tempra, logorate dalla vita moderna. Ci appartiamo in un ideale cantuccio del nostro quotidiano vivere, vittime dello stress. Al sorgere del sole in questo cantuccio siamo solo in compagnia della nostra ombra Anche la solitudine ha il suo fascino: fa apprezzare il silenzio, il palpito del mare, il tremulo stormire delle foglie e le bellezze del creato. Nessun rimpianto, quindi, per lo stridulo vocìo umano, anzi la solitudine invita a pensare. Un’abitudine che abbiamo perduto, per lasciare spazio solo agli atavici istinti che ci logorano la vita. Un’arte, il pensare, che fa diventare l’uomo adulto e lo libera dalle quotidiane piccinerie, di cui è pieno il mondo di oggi. Una volta tanto è utile affidarsi alla poesia del pensiero, specie oggi in cui il silenzio e l’intimità sono un lusso che la vita moderna ci ha rubato, ossessionati come siamo da computer, cellulari, e realtà sempre più virtuali. Sprofondati in questo mondo virtuale in cui tutto è inganno, simulazione, banalità e sofisticazione non serve disperare, ma sperare che quest’esilio fatto di silenzi eloquenti, termini, per ritrovare, una volta rigenerati, la gioia di stare tutti insiemi, che non è illusione o speranza vana, ma l’esigenza naturale dell’uomo che nella compagnia con altri simili trova la sua ragione di vita. Pubblicata oggi 04.06.2024 su La Sicilia.

lunedì 3 giugno 2024

Il Corpus Domini com'era e com'è

 

Il Corpus Domini com’era e com’è    

 

Ricordate le strade dei paesi, un tempo agghindate per la festa del Corpus Domini con fiori d’odorosa ginestra raffiguranti soggetti religiosi? Uno spettacolo di profumi e colori, ai quali qualche fedele aggiungeva, appesa al balcone, tra corone di luci, la più bella coperta della dote matrimoniale, quella che la madre aveva ricamato per anni, alla luce fioca di un lume a petrolio, da porre sul letto il giorno delle nozze e, dopo, ben stirata, ripiegata e custodita nella cassa del corredo tra le cose preziose.

Oggi, un po’ perché la fede scarseggia e il tempo corrode anima e cose, sono finite queste sacre rappresentazioni popolari e il Corpo di Cristo a volte transita per le vie dei paesi con pochi vecchi fedeli che sembrano schiere di deportati, Cristi anch’essi, zigzagando tra auto in sosta, mute spettatrici di una celebrazione che non le riguarda. Altri tempi. Oggi la frenesia dell’essere, lo sfrenato consumismo, l’esasperato individualismo, la brama dell’apparire indirizzano altrove i nostri interessi. Le nostre dimore non aspettano più il Corpo di Cristo, ma la scala di granito, la piscina in giardino, l’aria condizionata, il suv sotto casa E Cristo ripercorre, solitario e mesto le strade del paese non più come attore di una sacra rappresentazione, ma come figurante, mesta parodia di se stesso, tra disattenti residui di ciò che prima era una folla di fedeli preganti. E le preghiere in chiesa? Sbadigli che si disperdono nell’aria profumata d’incenso, ora che Cristo riposa sepolto dentro le nostre anime.

 

Un tour sull'Etna tra zagara e ginestre

 

Un tour sull’Etna tra zagara e ginestre

 

Provate a percorrere, in primavera, a passo turistico, le tortuose stradine che, arterie di verdeggianti polmoni d’agrumeti, stracolmi di zagara, primo fiore, si spingono dal mare a quota 300 ed arrampicatevi, poi, lungo la pedemontana che, a quota 1000 d’altitudine, vi porta, dolcemente, da Linguaglossa a Bronte.Un viaggio, breve, da un’estasi all’altra. Un intenso profumo di zagara vi   accompagna, senza lasciarvi, fino ai fianchi dell’Etna, dove si apre ai vostri occhi un’impareggiabile, selvaggia natura.

Tra il nero cupo delle colate laviche, regali di più eruzioni, gialli cespugli di ginestra spuntano come tavolozze, su cui pare si posino soavi pennellate di Monet.

Il percorso, tra candelabri di “ferule”, gigli di “asfodelo”, campi di “sulla” e solitari, superbi “papaveri”, apre, a festa, i polmoni a spruzzi d’odorosa ginestra, mentre il penetrante profumo di zagara è fresco ricordo. E’ “la strada dei profumi” che consiglio, in primavera, ai turisti e a quanti hanno bambini, perché la magia dei profumi e dei colori lega queste plaghe ad un perenne ricordo. E’ un timbro indelebile che si fissa nell’anima e ritorna puntuale tutte le volte che un alito di vento vi regala, dovunque siate, la nostalgia del suo respiro.

Se si ha voglia e tempo, il breve percorso. va fatto preferibilmente nelle ore fresche della mattinata o al tramonto, perché anche la natura ha le sue esigenze e ciascuna pianta in fiore regala il suo alito in determinate ore del giorno e talvolta della notte. Un orologio biologico che s’impara con l’esperienza e difficilmènte si scorda, tant’è l’intenso urto delle sensazioni che se ne ricava. Io credo che anche questa è l’Etna, la Sicilia, talvolta persino sconosciuta, questi sono i nostri colori, i nostri profumi che nessuno ci potrà mai rubare o imitare. E’ la carezza che la natura offre, senza chiedere, a chi ci viene a visitare, è l’alito della nostra anima che induce al ritorno, è preghiera delle piante che s’innalza, corale, in cielo. Pubblicata oggi 03.06.2024 su La Sicilia.

domenica 2 giugno 2024

Il destino da scegliere e gli incontri per la vita

 

 

Il destino da scegliere e gli incontri per la vita.

Non rinnego nulla della vita, vorrei solo che fossi io a scegliere il mio destino. Una forza che esiste e ci trascina spesso, nostro malgrado,verso orizzonti inaspettati. Un groviglio di occasioni, il destino, fatto d’incontri, occasioni, circostanze, di solito casuali, nemmeno voluti, che si maturino, fuori di noi e fondamentali per la nostra vita. Ciò che fa la differenza in ciò che ci accade, non sono le parole, ma le virgole, i particolari di cui si colorano le nostre esistenze. Se quel giorno non fossi andato a quella festa, non avrei incontrato la persona della mia vita; se non mi fosse piaciuto il giallo, non sarei rimasto affascinato dal colore della sua camicetta. Di lei non conoscevo la voce, né il carattere, ma mi è bastato un suo sorriso, più eloquente di una dichiarazione d’amore, perché si accendesse in me il fuoco della passione. Dettagli, si direbbe, insignificanti particolari, che, messi insieme, formano il destino, amaro o dolce che sia, mai dipendente dalle nostre azioni, che non è fatto di giorni, di mesi o di anni, ma di secondi, attimi fuggenti. Ci s’incontra come estranei e si finisce di condividere una vita insieme. Un incontro inaspettato, un lampo fulmineo, una stretta di mano, si tramutano in eternità. Il destino è un vento soffice, ma così forte da catapultarci sopra una realtà sconosciuta. La nostra vita è come un secchio appeso a una virtuale carrucola, che in ogni istante affondiamo nel pozzo della vita. Quando tiriamo su il secchio, non sappiamo se l’abbiamo riempito di fresca acqua o d’impurità Siamo in balia delle onde del mare o artefici del nostro destino? E’ il dilemma che affronta Cesare Pavese nei suoi dialoghi di Teucò ed è il dilemma di tutti noi, che ci accompagna per tutta la vita. Pubblicata oggi 30.05.2024 su La Sicilia