Se c’è una categoria di comuni mortali favorita dalla sorte, è quella dei magistrati. Non tanto per il potere di vita o di morte (leggi: libertà) che dispongono sugli individui che incappano nella legge, quanto per la loro personale posizione che li pone in un gradino privilegiato rispetto a qualsiasi persona o categoria. La trasmigrazione dalla magistratura alla politica non è un fenomeno recente, ma da quando la politica è entrata in crisi, il fenomeno ha avuto un’impennata impensabile. Per un magistrato che vuole abbandonare la toga o solo momentaneamente dismetterla per entrare in politica il passo è facile. Le recenti autorevoli incursioni nel mondo politico evidenziano come questo fenomeno sia tutt’altro che trascurabile e presenti per certi versi risvolti inquietanti. La legge consente a qualsiasi cittadino che si colloca in quiescenza di continuare a lavorare e ciò per certi versi, in un momento di crisi occupazionale, se non è aberrante poco ci manca. Consentire a un cittadino- magistrato- pensionato di riciclarsi in politica, consentendogli l’elezione certa attraverso il perverso meccanismo del listino bloccato, bypassando l’esame elettorale, rappresenta oltre che un assurdo privilegio, un’autentica sconcezza democratica. Se il tale magistrato ha la fregola di politicizzarsi, lo faccia nell’ambito del volontariato, contribuendo a cambiare il Paese senza lo stimolo alquanto sospetto di un miglioramento economico che si aggiunge ai tani privilegi che l’impegno consente. Possibile che il volontariato debba essere unica prerogativa degli umili e degli oppressi che sacrificano la loro esistenza senza privilegi e prebende? Il termine “riciclaggio” ha assunto di recente valore e significato legato soprattutto al mondo dei rifiuti, inteso come “rigenerazione. Le trasmigrazioni in politica hanno esteso lo stesso termine a questo mondo, assegnandogli però un significato decisamente negativo: “ regressione”. Saro Pafumi
domenica 30 dicembre 2012
domenica 23 dicembre 2012
La filosofia del profitto delle Poste Italiane
Non passa giorno senza che le Poste Italiane ci riservino la chiusura di Uffici postali in zone decentrate. I siti chiusi non si contano e stavolta è toccato all’Ufficio postale di Presa. A parte il disagio per le popolazioni che abitano nelle frazioni, talvolta distanti alcuni chilometri dagli uffici postali più vicini, la filosofia delle Poste italiane sembra essere ispirata al concetto del risparmio. In un’economia sofferente la vocazione al risparmio, può avere una sua ratio, quando, però si legge il bilancio in attivo delle Poste Italiane, i conti non tornano. Basta frequentare gli uffici postali della nostra zona etnea perché lo sgomento aumenti: Uffici zeppi di persone senza neanche talvolta, il conforto di un “elimina code” che suona offesa alla dignità umana. Senza parlare che in nessun ufficio postale esistono posti a sedere, né servizi igienici, il che aumenta la sofferenza degli utenti. Quando il profitto, come in questi casi. assurge a “religione” lo sconcerto è d’obbligo Le Poste Italiane sono consapevoli dello sconcerto degli utenti, ma insistono a mantenere livelli di servizio da terzo mondo. Perché nessuna vibrata protesta, oltre al solito inutile chiacchiericcio degli utenti in coda? Per due ragioni: il pensionato da cinquecento euro al mese non ha nemmeno il fiato per protestare e chi dovrebbe servirli e/o tutelarli li considera un gregge. Logica vuole che se c'è un gregge, esistono i mandriani, ovvero coloro che, eufemisticamente, sono definiti manager. Saro Pafumi. Pubblicato su La Sicilia il 24.12.12
lunedì 17 dicembre 2012
Spot e divi strapagati
Tutte le volte che capita di vedere le promozioni pubblicitarie alla TV, nella quasi totalità dei casi esse sono affidate a personaggi famosi: attori, presentatori, calciatori, cantanti, in buona sostanza a un personaggio famoso che già guadagna di suo, al quale va aggiunta la promozione pubblicitaria: una concentrazione di ricchezza nelle mani dei soliti noti. La ratio della scelta di personaggi famosi, come testimonials di pubblicità, scaturisce presumibilmente dal presupposto che se la promozione, per esempio, di un materasso o di un caffè è affidata a un nome noto, il consumatore sarebbe più disponibile ad acquistare, attratto dalla forza persuasiva del personaggio. Ti ritrovi pertanto, come potenziale consumatore, a doverti “ sciroppare” un George Clooney che in un noto spot televisivo si limita a dire: “ Immagina, ( pausa) , puoi!". Uno sforzo recitativo, remunerato, chissà, con quanti euro. O ti ritrovi ad assistere a una nota serie televisiva, con cadenza quotidiana, che, nell’intervallo tra una recita e l’altra la stessa presentatrice ti vuole convincere ad acquistare lo stesso materasso sul quale Ella poggia le sue gentili chiappe. Personalmente nell’assistere a questi e altri spot ho un conato di rigetto, che, malauguratamente per i promotori della pubblicità, coinvolge anche il prodotto reclamizzato. Non sarebbe più democratico e meno plagiario affidare tali pubblicità a personaggi sconosciuti, magari appartenenti a organismi caritatevoli che operano nel campo della solidarietà? Utopia, ingenuità, negazione del carisma della pubblicità? Forse. Creare nel nostro modo di essere degli anticorpi contro queste iniquità è un modo di difendere se stessi e gli altri. Il problema è capirlo.
Pubblicata su La Sicilia il 16.12.12. Saro Pafumi
Pubblicata su La Sicilia il 16.12.12. Saro Pafumi
mercoledì 28 novembre 2012
Primarie o business day?
Se la matematica non è un’opinione 3.1 milioni di votanti per le primarie del PD moltiplicati per due euro a persona, fanno 6.2 milioni di euro. Quante cose si sarebbero potute fare con 6.20 milioni di euro? La democrazia ha certamente un costo, ma trovo fuori luogo che per votare si debba anche pagare. I partiti a quanto pare usufruiscono di finanziamenti, eufemisticamente definiti rimborsi elettorali. Non sarebbe opportuno che le primarie si facessero attingendo da questi fondi, anziché spillare due euro dalle tasche degli elettori? In questa triste vicenda dal sapore tipicamente italiano non è l’esiguità del contributo richiesto che giustifica il fine (voto), ma il fine che non dovrebbe giustificare il mezzo (contributo). Purtroppo in Italia i principi non sono assiomi, ma opinioni, suscettibili di valutazioni, oscillazioni, calcoli, interessi e quando c’è di mezzo la politica tutto è opinabile. Il rito delle primarie più che un contributo alla democrazia sembra stia diventando un business day. A parte questa considerazione di carattere politico-economico fa riflettere il concetto di democrazia al quale ci hanno abituato. In Italia per eleggere qualsiasi organo rappresentativo, dal rappresentante di classe, all’amministratore del condominio, dal segretario di un partito, al sindaco, per finire alle assemblee parlamentari tutti sono eletti attraverso il voto. Quando invece si elegge il Presidente della Repubblica che rappresenta l’intera nazione, è la Costituzione che lo prevede, è escluso il voto dei cittadini. Se tale regola poteva valere nel 1948 epoca in cui l’analfabetismo era al 13 per cento e la democrazia un fiore appena nascente, oggi l’elezione del Presidente della Repubblica “dovrebbe” essere un obbligo e un diritto sociale civico. Ma la politica storce il naso davanti a questa possibilità, perché preferisce il gioco politico al diritto del cittadino. In compenso siamo chiamati a eleggere il premier al costo di due euro a persona. Una lusinga che distoglie l’attenzione da diritti più preminenti: salute, lavoro, economia, equità, sviluppo. L’illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva” scriveva Gramsci e di gramigna è infestata la politica italiana. Importare non è vincere nell’affermazione dei propri diritti ma partecipare al festino gaudente degli altri. Un principio al quale l’italiano medio si è da tempo abituato.
Saro Pafumi
Saro Pafumi
domenica 18 novembre 2012
Più del leader conta la politica che viene messa in atto
La decisione d’indire le primarie per la scelta del leader sia in campo provinciale regionale o nazionale, con tutto il rispetto per la democrazia, è un’autentica “farsa”. “L’esperienza Berlusconi, leader indiscusso, all’interno della sua coalizione, non ha apportato i benefici previsti, nonostante, il plebiscito di consensi ( altro che primarie!), perché ciò che conta, in concreto, è la politica che il partito o la coalizione mette in atto, a prescindere dalla figura più o meno carismatica del suo leader Lo scopo delle primarie, pertanto, non è tanto la scelta di questo o quel leader, che lascia il tempo che trova, quanto il coinvolgimento dell’elettore, al quale si consegna l’illusione di contribuire alla scelta o al cambiamento di qualcuno o di qualcosa. Forse per capire l’epoca in cui viviamo, occorrerebbe fare ricorso ai dialoghi di Platone e alle metafore ivi contenute, specie quando parla di degenerazione dell’individuo che prelude alla degenerazione dello Stato, quest’ultima causata dalla corruzione del singolo, che è la condizione attuale. Se non si mette mano alla ricostruzione della coscienza individuale affetta dal virus della corruzione, la scelta di qualsiasi leader è destinata al fallimento. Perché, in definitiva, ciò che l’uomo sceglie, si chiami “leader” o più genericamente “partito”, il peccato originale è sempre lo stesso: la corruzione e quindi la degenerazione dell’individuo, ergo dello Stato. Il significato delle primarie pertanto non deve fondarsi sulla scelta di “un leader politico”, bensì sulla scelta di “un precetto politico” si chiami Tizio, Caio, Semproni o più semplicemente pinco pallino il leader scelto con le primarie. In atto i nomi presenti dei vari schieramenti non dicono nulla, perché sono le idee che mancano e i mezzi per realizzarle. Le primarie? Il tentativo democratico col quale si realizza una leadership attorno ad un precetto politico incerto, nebuloso, se non addirittura inesistente: Per dirla in termini crudi, ciò che manca, in queste primarie, è l’essenziale. Per dirla con Platone, a noi cittadini è finita come ai compagni di Ulisse che per aver mangiato i fiori di loto hanno dimenticato “il ritorno”. che è ciò che avviene quando si seppelliscono verità e valori.
Pubblicata su La Sicilia 18.11.2012. Saro Pafumi
Pubblicata su La Sicilia 18.11.2012. Saro Pafumi
lunedì 12 novembre 2012
Banche e credito ai poveri
Chi ha messo in giro la voce che le banche non concedono prestiti a causa della crisi economica? Entrando in banca ho letto un cartello con cui si reclamizza la concessione di un prestito di 700 euro in favore dei genitori che avessero la necessità di acquistare articoli scolastici per i propri figli dietro il rimborso di modiche rate mensili. Se la logica ha un senso, l’offerta suggerisce due riflessioni. La prima: i prestiti sono erogati, anche, se, probabilmente, sono finalizzati a promuovere il mercato ambulante dei gelati, la vendita di cocco e cappelli da sole sulle spiagge, la vendita di lupini all’ingresso delle autostrade e naturalmente, nell’interesse delle famiglie, la vendita delle penne biro e gomme da cancellare che non dovranno subire effetti recessivi. Un’autentica boccata d’ossigeno per l’economia che, aggiunta alla possibilità di costituire una SRL con un euro di capitale, qualunque attività avrà un decollo inarrestabile. Intanto consoliamoci: 700 euro sono sempre una cifra rispettabile per chi non li possiede e poi immagino sia necessario l’apertura di un conto in banca e magari la canalizzazione dello stipendio per accedere al credito, il che, da solo, fare dire alle classi più povere: “Anche noi finalmente abbiamo un conto in banca”. Il prestito di 700 euro probabilmente, per la sua restituzione, farà leva sulla dignità delle classi povere, perché se non dovesse essere onorato, le spese di recupero supererebbero la stessa sorte capitale e relativi interessi. In questo le banche, nell’esporsi al credito, dimostrano una certa dose di coraggio, sicuri che la dignità delle classi povere, tra le tante è l’unica risorsa loro rimasta. Le altre, la crisi le ha spazzate via.
Pubblicata su La Sicilia 12.11.2012 Saro Pafumi
Pubblicata su La Sicilia 12.11.2012 Saro Pafumi
sabato 10 novembre 2012
Io, precaria vorrei essere REX
Da La Sicilia dell’otto novembre 2012 pagina 27
la storia
E’ uno sfogo pieno di rabbia, d’accordo. La rabbia di chi è stata calpestata dalla vita in tanti modi. Ma è soprattutto la voce di chi, nonostante tutto, tenta di rialzarsi, ma viene messo a terra, ancora una volta, dal sistema. Un sistema che sforna precari e rende precari a vita. Stroncando sul nascere le legittime aspirazioni di tanti giovani. Al punto da preferire – come la nostra lettrice -- essere un cane.
“Vorrei chiamarmi REX, come il pastore tedesco della serie televisiva, anche se non ho quattro zampe. Qualcuno, a posto di mia madre che mi abbandonò ancora in fasce, decise di chiamarmi Claudia. Senza saperlo predisse il mio destino, perché sono zoppa, come indica l’origine del mio nome. Se avessi potuto sceglier io, avrei voluto chiamarmi: RELI’, diminutivo di relitta, ma questo appartiene al passato. Oggi invece vorrei chiamarmi REX, come il cane appunto e vivere la sua stessa vita, mentre mi tocca di vivere quella di precaria con 400 euro al mese. Non conosco cosa siano il Natale e le altre feste comandate, non perché mi manca la fede, ma perché non ho amici o parenti con cui festeggiare. Vorrei chiamarmi REX, perché anch’io come REX adoro i panini con i Wurstel, un lusso che non posso permettermi. Un cane, a volte, ha più privilegi di una povera precaria, imbarazzata persino di mostrarsi in pubblico affagottata. Anch’io vorrei poter vivere come REX, ma a me precaria, questa sorte è negata. Non aspiro come REX, che nel settembre del 2006 impalmò la sua LADY, un matrimonio da favola con tanto di sindaco, ricevimento e torta nuziale. A me basterebbe un semplice rinfresco e un Claudio non importa se anch’egli zoppo e precario, purché realizzi il mio sogno di maternità. Ma sono precaria. Qualcuno mi ha spiegato che il termine precario deriva dalla voce latina “prece” che significa preghiera, con la quale i contadini questuavano alla nobiltà la terra da coltivare. Un bel salto all’indietro non c’è che dire per noi precari. Anch’io oggi ho la mia “prece” da fare: Sognare di chiamarmi REX, avere un bel manto fulvo, quattro zampe e lasciare alle ortiche il mio stato di precaria”.
Lettera firmata
la storia
E’ uno sfogo pieno di rabbia, d’accordo. La rabbia di chi è stata calpestata dalla vita in tanti modi. Ma è soprattutto la voce di chi, nonostante tutto, tenta di rialzarsi, ma viene messo a terra, ancora una volta, dal sistema. Un sistema che sforna precari e rende precari a vita. Stroncando sul nascere le legittime aspirazioni di tanti giovani. Al punto da preferire – come la nostra lettrice -- essere un cane.
“Vorrei chiamarmi REX, come il pastore tedesco della serie televisiva, anche se non ho quattro zampe. Qualcuno, a posto di mia madre che mi abbandonò ancora in fasce, decise di chiamarmi Claudia. Senza saperlo predisse il mio destino, perché sono zoppa, come indica l’origine del mio nome. Se avessi potuto sceglier io, avrei voluto chiamarmi: RELI’, diminutivo di relitta, ma questo appartiene al passato. Oggi invece vorrei chiamarmi REX, come il cane appunto e vivere la sua stessa vita, mentre mi tocca di vivere quella di precaria con 400 euro al mese. Non conosco cosa siano il Natale e le altre feste comandate, non perché mi manca la fede, ma perché non ho amici o parenti con cui festeggiare. Vorrei chiamarmi REX, perché anch’io come REX adoro i panini con i Wurstel, un lusso che non posso permettermi. Un cane, a volte, ha più privilegi di una povera precaria, imbarazzata persino di mostrarsi in pubblico affagottata. Anch’io vorrei poter vivere come REX, ma a me precaria, questa sorte è negata. Non aspiro come REX, che nel settembre del 2006 impalmò la sua LADY, un matrimonio da favola con tanto di sindaco, ricevimento e torta nuziale. A me basterebbe un semplice rinfresco e un Claudio non importa se anch’egli zoppo e precario, purché realizzi il mio sogno di maternità. Ma sono precaria. Qualcuno mi ha spiegato che il termine precario deriva dalla voce latina “prece” che significa preghiera, con la quale i contadini questuavano alla nobiltà la terra da coltivare. Un bel salto all’indietro non c’è che dire per noi precari. Anch’io oggi ho la mia “prece” da fare: Sognare di chiamarmi REX, avere un bel manto fulvo, quattro zampe e lasciare alle ortiche il mio stato di precaria”.
Lettera firmata
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