sabato 26 agosto 2023

Concorso poesie Unitre/Incorpora.Giova un rinnovamento

 

Concorso poesie Unitre. Giova un rinnovamento.

Mi permetto di suggerire un aggiornamento, che, a mio sommesso parere, andrebbe fatto al Concorso Poesie. Unitre/ Incorpora, per renderlo più partecipativo e di qualità, anche nell’interesse paesaggistico del nostro paese.

In breve.

Si tratterebbe di aprire il concorso a poesie di qualità, che superato l’esame della Commissione, possano trovare degna pubblicazione in appositi riquadri, magari a spese di chi vince il premio, sulle facciate dei palazzi, come i murales, in modo da attirare l’attenzione e la curiosità dei turisti. Si darebbe al Concorso un’importanza maggiore, in termini di partecipazione popolare, anche estranea alla locale realtà, e un segno di caratterizzazione culturale alla nostra comunità, da sempre considerata capofila in tale ambito. Basti pensare e rifarsi all’ epoca dell’amministrazione Boemi, in cui sotto l’alto contributo dall’emerito Prof, S. Calì, la cittadinanza visse un’epoca d’autentico splendore, in campo artistico e pittorico. Ne sono esempi i numerosi quadri, rimasti nella disponibilità del patrimonio comunale. Le tante organizzazioni laiche ed ecclesiastiche, presenti in loco, potrebbero fornire il loro contributo a late scopo.  Le idee come gli alberi hanno bisogno di essere coltivate, e qualche volta innestate per dare migliori frutti. Come il bucato fatto in casa, spesso ha bisogno, per avere risultati migliori di ammorbidenti e biancheggianti, per un ritrovato profumo e vigore. 

Il futuro che ci atende

 

Il futuro che ci attende.

Immaginiamo per un momento cosa potrà avvenire in questo nostro paese, Linguaglossa, finite le feste religiose, che quest’anno hanno avuto una felice espressione, dovuta alla ricorrenza del centenario dell’eruzione. Seguirà senz’altro un periodo sabbatico, dovuto anche al fatto che l’arcipretura del Can. don O.Barbarino si avvierà alla conclusione. Un Arciprete, che non saprei come definire, se Monsignore, Pastore, regista o scenografo, tante le qualità che interessano la sua poliedrica attività. Raccogliere l’eredità di tanto successo è difficile e l’attività del nuovo Arciprete risentirà sicuramente di questo confronto. Da qui i miei personali auguri a chi subentrerà in questa nuova, impegnativa missione pastorale. Confesso che con don Orazio Barbarino il mio rapporto é stato difficile, quando ho capito che per carattere e carisma amava circondarsi più e solamente di ‘soldati’, essendogli poco graditi graduati o comunque persone che potessero esprimere qualcosa di personale. Poiché non ho fatto il servizio militare, tale modo di operare lo trovavo incomprensibile e da qui la mia scelta di seguire le sue lodevoli iniziative dall’’esterno, magari qualche volta non in sintonia col mio pensiero, come per esempio il tentativo di ‘agatinizzare’ la festa del nostro Santo  Patrono o di introdurre la moda paganeggiante delle ‘cannalore’, tanto amate dai catanesi, ma estranea alla nostra cultura paesana. Padre Barbarino, non me ne voglia, se trovo l’ardire di scrivere quel che penso. Come soldato non l’avrei fatto, ma come uomo libero, riconosco legittima, questa mia personale opinione. Bando alle chiacchiere e alle mie personali opinioni, resta comunque assodato che la gestione della Chiesa locale  ha vissuto sotto il patrocinio del Can. Don O. Barbarino, una stagione di splendore, raramente ripetibile. Se pensiamo che tutto questo avrà fine e le festività religiose ritorneranno, se ritorneranno, al ritmo di prima, non c’è da rallegrarsi,anche per il fatto che le iniziative laiche non esistono o sono contrassegnate dalla presentazione di qualche libro, la cui locale utilità si estingue nel momento in cui gli astanti lasciano la sala del convegno e si spengono le luci. Se fino ad oggi Linguaglossa ha avuto una sua spiccata visibilità, questo merito va ascritto, occorre riconoscerlo, all’attività infaticabile e poliedrica del nostro Arciprete, regista e scenografo. Da qui il mio invito alla cittadinanza di rimboccarsi le maniche e raccogliere in parte l’’eredità che ci ha lasciato Don O. Barbarino. Non dico migliorando quanto é stato realizzato, cosa molto improbabile, ma almeno proseguendo sulla linea fin qui tracciata.    

Quel lungo latrare

 

Quel lungo lamentoso latrare.

Or che grilli e cicale, nascosti tra le fronde di un platano fiorito, hanno smesso il canto del loro orchestrato frinire,  un prolungato, lamentoso latrare buca l’oscurità di questa calda notte d’estate. E’ la voce di un solitario cane, che si disperde tra le nuvole sparse nel firmamento. Forse ha un nome quella voce che squarcia il silenzio: un profumato fiore coltivato nel cuore, che il vento, tra monti e valli, trascina via. Nessuno coglie tanto richiamo e il latrare or si fa prolungato, triste canto. Come vorrei poter rispondere a tanto tormento, ma le mie umane spoglie non mi consentono tale lenimento. Accomunati dalla voglia di armoniosa compagnia, or siamo in due a patire questo tormento, che nasce dal cuore e si trasforma in corale armonia. Quel latrato più che un canto è un romanzo d’amore, e il mio eco, che l’accompagna, un’ode al sole, perché il nuovo giorno sia aperto alla gioia e all’umano calore.

 

 

 

 

 

 

giovedì 24 agosto 2023

Femminicidi e libertà di stampa

Femminicidi e libertà di stampa.

La frequenza con la quale accadono fatti di sangue, con particolare riferimento ai femminicidi, suggerisce alcune riflessioni. Siamo certi che questi odiosi delitti non siano, in parte, effetto di emulazione? Le leggi fasciste, per ovviare a quest’inconveniente, ordinavano la censura di stampa. Oggi tale regola sarebbe impensabile, a fronte di una libertà di stampa senza limiti. Senza scomodare libertà di stampa ed emulazione, si colgono, negli effetti, certe differenze tra i delitti di ieri e quelli di oggi. Le morti violente di ieri lasciavano uno strazio indicibile nelle famiglie colpite dall’evento e una scia d’amarezza e di sgomento nell’opinione pubblica, che a quel dolore partecipava in forma indiretta. Le morti di oggi hanno assunto, invece, una rappresentazione spettacolare e parossistica, che trova nella televisione la sua massima espressione, spesso ricca di stupefacenti informazioni sui mezzi e modi di esecuzione dell’evento delittuoso. Così la cronaca televisiva di un delitto diventa narrazione, dove i protagonisti non sono attori professionisti, ma i familiari, i vicini di casa, i testimoni oculari, la stessa vittima attraverso la cui vita “eviscerata” e raccontata, diventa essa stessa inconsapevole protagonista post mortem del” racconto televisivo”.Una narrazione- spettacolo che perde la sua contemporaneità per diventare passato, storia, e il dolore, un “patos dominato”.Poiché il cliché di questi delitti è il medesimo e ripetitivo, nell’animo dello spettatore si viene a creare una forma di assuefazione al delitto, come elemento ineluttabile nella società d’oggi. Dall’ineluttabilità alla normalità il passo è breve e l’assuefazione, il risultato finale.  Tornado al quesito di prima(emulazione e leggi fasciste), non è pensabile che questi fatti abbiano la loro genesi nell’emulazione? Come combatterla? Non certamente ritornando al passato. Ma abbassando il volume della TV.  La notizia è la comunicazione di un avvenimento considerato degno di attenzione, comunicazione e diffusione, ma il “condimento”, spregiudicato,talvolta cinico, con cui è infarcita la notizia è un’altra cosa. Dario Argento come maestro del macabro e Hitchcock in quello del brivido, impallidirebbero oggi davanti a certe trasmissioni televisive. 

 

martedì 22 agosto 2023

Diagnosi di un Paese in crisi

Diagnosi di un Paese in crisi.

Spesso si sente dire nei bar, in famiglia, in piazza, tra amici: “perché questo paese è caduto così in basso?”.

Cerchiamo la risposta lontano, che, invece, è dentro di noi.

Quattro sono in sintesi le cause di questa deriva.

Mancanza del senso di comunità.

Scarsa propensione a investire.

Inettitudine di chi ci governa.

Assenza di valori.

Occorre ammettere che oggi si è disintegrato il termine ‘comunità’: intesa come persone tenute insieme da vincoli di affetto, d’interesse, d’ideali. Sono venute meno, in ordine: la famiglia, la Chiesa e la comunità civile, quell’insieme d’individui o fedeli, governati da leggi, regolamenti e valori. È  venuto meno il concetto di “unione”che è alla base di ogni società.  La disgregazione è la naturale conseguenza. In un’epoca in cui si ha paura di tutto e non si crede in niente, la seconda conseguenza è la scarsa fiducia nel futuro, per cui l’individuo (e più oltre la società, intesa questa come solo entità numerica), si chiude a riccio, al fine di preservare la propria esistenza o per meglio dire la propria sopravvivenza, evitando di mettere a rischio ciò che si possiede o prevenendo eventuali pericoli. La “stagnazione” è la naturale conseguenza. Chi dovrebbe guidare la ‘comunità disgregata’ in questa corsa alla deriva non ha capito o non capisce questo naturale istinto alla conservazione e non mette in atto nessuna azione concreta per attenuarlo o convogliarlo verso forme di vita più speranzose. Chi ci governa, al contrario, alimenta col suo comportamento questo senso di smarrimento collettivo. Da qui quel naturale istinto alla diserzione, come rinunzia al voto o alla defezione, come abbandono d’ideologie e/o valori, in atri tempi punti di riferimento irrinunciabili per ogni società che possa definirsi tale. Il “Relativismo” di cui tratta Benedetto XVI altro non è che un aspetto deteriore di questa disgregazione d’individui e valori. Egli citando Ludwig Wittgenstein sostiene che il relativismo diventa regola, secondo cui’ l’unica cosa che ha senso è che nessuna cosa ha senso’: né le leggi, né la morale, né la religione, né la politica.“Il relativismo diventa una ‘dittatura’ con la conseguenza che ‘l’unico dogma è che non ci può essere un dogma: l’unica disciplina è che non ci deve essere disciplina; l’unica autorità ultima è che non ci deve essere autorità; l’unica cosa che ha senso è che nessuna cosa ha senso”.Siamo più o meno in un baratro e se alziamo la testa per guardare all’insù non scorgiamo un lembo di cielo, ma un buco nero che ci opprime e deprime. Saremmo indotti a pensare, nei rari momenti di speranza, che “è tutto bene, quel che finisce in bene!” Ma ecco riemergere il dubbio: quale bene?È il Relativismo la radice di ogni male. La corruzione, la disaffezione la ribellione, la diserzione, la defezione non sono altro che gli effetti di questa moderna patologia sociale Il grido di dolore lanciato da Benedetto XVI non è stato accolto, impegnati come siamo a difendere la casa in fiamme, ignari che è la casa comune, ossia la società tutta che brucia.

Tratto da “ Jabbara” di Saro Pafumi



 

lunedì 21 agosto 2023

Andar per vicoli,c'insegna quel che fummo

Andar per vicoli, c’insegna quel che fummo.

Se a volte ci prendessimo la briga di visitare le zone più degradate dei luoghi in cui viviamo, scopriremmo che nascondono un interesse particolare. Quelle che ora sono case diroccate, con facciate scrostate dal tempo, infissi divelti o mancanti, ringhiere arrugginite e corrose, un tempo erano abitazioni pullulanti di persone e palpitanti di vita. Luoghi in cui mucchi di anime vivevano a gomito a gomito in ambienti bui, dall’acre odore di muffa, dove la solidarietà era una diffusa esigenza di vita. Si potevano vedere donne sedute, capelli sciolti al sole, in quei rari momenti in cui un raggio di calore riusciva a penetrare in quei vicoli, dove il vociare gioioso di mocciosi, scalzi rincorrersi, rompeva il monotono viver quotidiano. Ora stradine, dove ciuffi d’erba, unici germogli di vita, hanno trovato facile connubio con le nere basole di lava che il piede umano, da tempo, ha smesso di levigare e dove un guardingo passante, serba ricordo di secchiate d’acqua di distratte casalinghe,abituate a considerare la strada, un’appendice della propria dimora. Lì, dove un tempo fremeva la vita, attecchisce ora l’amica edera, dalle mille braccia amorose, che sembra proteggere quei siti dalla caducità. È la natura che ritrova se stessa e si riappropria di ciò che le fu tolto.Se l’uomo avesse rispetto di questi siti, che raccontano la storia di quel che fummo o di quel che potremo ridiventare, sarebbe già saggio.

 

domenica 20 agosto 2023

L'Etna e la fornica

L’Etna e la formica.

La natura ci ha fornito i sensi, tra questi la vista, che non serve solo a vedere o guardare, ma soprattutto a osservare. E’ questa speciale funzione che dobbiamo esercitare per capire l’essenza delle cose. L’Etna, questo imponente colosso, che si apre ai nostri occhi, se non altro per la sua maestosa mole, ha ispirato numerosi scritti, da poter riempire un’enciclopedia. Una formica che per dimensioni al suo confronto, sparisce, sembra poterci suggerire poche righe. Eppure se si ricorre all’osservazione e si mettono a confronto queste due entità incomparabili, migliaia di pagine si possono scrivere con dovizia di particolari, ora sull’una, ora sull’altra entità. Dinanzi all’osservazione le dimensioni non contano. Seduto in terrazza sulla mia sdraio, osservavo, estasiato, la montagna e nonostante fossi nato e vissuto alla sua ombra, non  riuscivo a distogliere lo sguardo da tanta bellezza. Finché non mi accorsi che una formica circolava smarrita attorno alla sdraio, forse in cerca di una direzione che non trovava. Catturato dai movimenti di quella formica, il mio sguardo dondolava tra essa e la montagna, non volendo perdere nessuna delle due presenze, che mi fornivano sensazioni diverse. I miei occhi avevano finito di vedere o guardare. Erano entrati nella fase dell’osservazione, per conoscere meglio ciò che mi stava davanti, trasmettendo infinite sensazioni al mio animo. Immaginavo la montagna, questa entità inerte, ribollire al suo interno, sì da trasformarsi in materia viva e pensavo che anch’essa avesse un’anima: il fumo, le fiamme, i lapilli, il magma, il linguaggio, forse, con cui tentava di dialogare con noi mortali. Una consolazione per la mia anima. La formica che si aggirava smarrita, mi ricordava, invece, la sorte di noi uomini, impegnati in un farneticante ballo quotidiano tra alienazione e anomia (assenza di legge, regole e  norme), che ci hanno fatto perdere direzioni e dimensioni materiali e spirituali. L’osservazione mi aveva fornito la chiave per conoscere e approfondire queste due entità assai diverse, l’Etna e la formica, incomparabili, ma entrambe indispensabili per conoscere la vita, quest’astronave, che ci conduce verso una direzione, che, come la formica, cerchiamo.