martedì 4 gennaio 2011

Linguaglossa e i suoi Artisti

Linguaglossa ha avuto da sempre con i suoi figli migliori ( Messina, Calì, Incorpora, quest’ultimo calabrese di nascita ma linguaglossese d’adozione) un rapporto alquanto travagliato. La vicenda Messina è forse la più rappresentativa, perché di quest’Artista Linguaglossa può vantare solo di avergli dato i natali. Della sua immensa produzione artistica Linguaglossa non possiede nulla. Lo stesso lodevole tentativo di dedicargli un museo è rimasto un pio desiderio e nell’immobile restaurato e destinato allo scopo aleggia solo il fantasma di F. Messina. Meglio di niente per chi crede negli spiriti.
Santo Calì’, linguaglossese verace, prematuramente scomparso, un poeta, un letterato che tutti c’invidiano, ha lasciato molte opere, ma molte di queste restano in attesa di pubblicazione, dimenticate da una società svogliata e miope che la cultura considera un peso di cui disfarsi. Messina e Calì restano in ogni modo affratellati dal destino di essere ricordati dalla solita lapide di travertino che ne onora la memoria.
Questa la misera dote che Linguaglossa ha riservato a questi suoi due nobili figli. Né Messina né Calì necessitano certo di essere sponsorizzati dal luogo natio, il primo avendo varcato i confini del mondo, il secondo universalmente apprezzato da chi della cultura fa il proprio mestiere. Ma resta in ogni modo la cicatrice che Linguaglossa ha inferto a questi suoi due figli.
Incorpora, da poco passato a miglior vita, ha lasciato un’infinità d’opere, esposte in vari musei o presso collezioni private. La maggior parte è gelosamente custodita dai figli che con sapienti iniziative di recente è generosamente portata a conoscenza del grande pubblico.
Certo sarebbe auspicabile che almeno di quest’Artista Linguaglossa conservasse la memoria, non solo con una piazza intestata a suo nome, ma concretamente con un museo che eternasse lo spirito della sua arte. Poiché si dice: “Non c’è due senza tre”, non vorremmo che anche quest’Artista, che molta parte della sua vita ha dedicato a Linguaglossa, alle sue chiese, alle sue strade, ci fosse “scippato” da chi con felice intuito e lungimiranza se ne potrebbe appropriare. Essere superstiziosi ci mette al riparo da una simile evenienza, anche se confidiamo nella promessa dei figli di regalare a Linguaglossa “il museo Incorpora”.
Dove mi auguro potrebbero convivere in felice armonia qualche opera di Messina “raccattata” qua e là ( perchè no anche in copia, come avviene in altri musei), le opere “tutte” di Santo Calì, e naturalmente le molte opere del Maestro Incorpora che Linguaglossa sente come già proprie ( eredi permettendo).
Un sogno, una speranza, una promessa? Molto dipende dai personaggi, pubblici e privati che si cimenteranno in questa scommessa che Linguaglossa non può perdere.
Pubblicato su La Sicilia 05.01.2011
Saro Pafumi

Linguaglossa: gli antichi vespasiani all'aperto

Non ci sono città o paesi, piccoli o grandi che siano, che non abbiano avuto o hanno la loro zona di degrado urbano. Nei piccoli centri urbani, con l’avvento del progresso questi luoghi degradati sono andati via via scomparendo, ma rimangono nella memoria dei più adulti. A Linguaglossa fino agli anni cinquanta questi luoghi, urbanamente malsani, si potevano contare sulle dita di una mano: “ u ramazzino”, “ arreri a matrici”, “ a vanedda cicchittu”, com’erano volgarmente chiamati Erano luoghi assai frequentati per comprensibili ragioni, in un’epoca in cui i vespasiani, inventati dall’imperatore romano che ne ha dato il nome, non erano molto diffusi e quei pochi esistenti erano letteralmente inaccessibili per ovvie ragioni d’igiene e pulizia, ad onta di una certa “Enna a babba” che “scopa e catino “ in mano, il massimo dei mezzi igienici allora conosciuti, era incaricata di portare ordine e pulizia.
Una secchiata d’acqua e una ripassata con la scopa erano quel che oggi si chiama “mastrolindo” con le conseguenze igieniche facile da immaginare.
Comprensibile perciò che “i più” preferivano indirizzare le loro scelte all’aria aperta, ove le necessità corporali si potevano soddisfare sotto il cielo stellato e certamente senza quegli
effluvi sgradevoli che erano il condimento odoroso di quasi tutti i vespasiani. “Alleggerirsi il corpo” era allora una pratica che si faceva di solito in compagnia, retaggio questo delle antiche usanze romane per le quali le “latrine foriche”, costituite da basamenti in pietra su cui erano posti i sedili l’uno accanto all’altro, erano vere sale di riunione, dove tra una conversazione e l’altra, secondo l’immediatezza con la quale rispondeva il corpo, stitichezza permettendo, si consumava un quarto della vita in amena compagnia o in ossequio a quell’antico detto: “ aiu giratu u munnu sanu e mai aia vistu pis…..ri sulu un sicuilianu”.
“ U ramazzino”, “arreri a matrici”, “a vanedda cicchittu” erano perciò i luoghi idonei per questa sana attività corporale, dove non c’erano i doppi servizi, l’acqua calda, i “rotoloni regina” e il sapone di Marsiglia, ma le mani, qualche foglio di carta raccattato qua e là o le immancabili foglie delle varie piante spontanee che fertilizzate e rigogliose nascevano finanche sui muri.
Oggi per fortuna “il bagno” come eufemisticamente è chiamato il gabinetto è diventato la parte più curata delle abitazioni moderne e gli accessori si sprecano. Anche gli esercizi pubblici si sono adeguati, anche se alcuni, in certi casi, fanno venire la nostalgia “ddu ramazzinu, o a “vanedda cicchittu”. dove non s’era obbligati “a consumare”, ma stando “comodamente”rannicchiati si poteva persino cantare in assoluta libertà, perché quello che interessava fare era “l’atto grande”. Almeno sotto quest’aspetto, un certo progresso è stato realizzato, anche se per le strade resta molto da fare.
Pubblicato su La Sicilia il 07/01/2011 Saro Pafumi

giovedì 30 dicembre 2010

Fidatevi dell'oroscopo

Volete conoscere il vostro destino per l’anno che sta per iniziare, se vostra moglie o marito vi sarà fedele, se potrete continuare a pagare le rate di mutuo, se seguirete a godere ottima salute, se avrete una promozione nel vostro lavoro? Affidatevi all’oroscopo. Le rubriche dei giornali, le riviste specializzate, i servizi televisivi sono stracolmi di notizie che vi anticipano quello che il futuro vi riserverà. Scacciate il pessimismo, allontanate la depressione, fidatevi del prossimo, lasciate aperte le vostre case, fate spese pazze: il futuro è vostro. Salite su una zattera, dispiegate le vele al vento e navigate con tutta tranquillità, il vostro segno zodiacale vi condurrà nel porto che sognate.
Se qualche leggera nuvola di passaggio dovesse apparire all’orizzonte non disperate: Giove che, nell’anno che starà per iniziare, incontrerà Saturno sarà per voi prodigo d’avvenimenti positivi. Poi c’è Venere che servendosi di Cupido colpirà diritto al cuore la persona che amate.
Candidate mamme nella prima metà del nuovo anno la congiunzione della Luna con Giove favorirà le vostre attese, specie se il vostro patner è un Leone, perché questo segno sembrerebbe avere nel suo glifo la rappresentazione simbolica dello spermatozoo. Ma attenzione, se siete Vergine il migliore approccio è con un Ariete, ascendente Toro. Volete un maschio? Aspettate la seconda decade di giugno quando il vostro ascendente Pesce transiterà in Acquario.
Le vostre difficoltà economiche con l’arrivo dell’ultima luna di dicembre si attenueranno, in qualche caso i vostri introiti si raddoppieranno anche se si dissolveranno in breve tempo per Scorpione in eclisse.
Cercate lavoro? Ostinatevi a cercarlo, ma evitate le domeniche, le feste comandate, gli anni bisestili e i mesi pari o che finiscono col numero zero.
Vuoi conoscere il tuo oroscopo giornaliero? Digita il tuo segno zodiacale al n…….
Condizioni in abbonamento.
Dopo le bollette della spazzatura, dell’acqua. della luce, del telefono, Iva, Ici, irpef, ilor, Irpeg, ci mancava la bolletta per conoscere il destino giornaliero, che a conti fatti si conosce già: pagare giornalmente le bollette sopra indicate.
Buon anno.
Pubblicato su La Sicilia il 31.12.2010
Saro Pafumi

Salviamo Abele

Le ricorrenze civili in Italia si sprecano: ne ho contate una sessantina, più di una a settimana. Corpi militari, rappresentanze civili hanno la loro giornata della memoria. C’è persino la festa delle Unità N.B.C. che ricorre il primo luglio che nessuno sa cosa sia.
Tra le tante celebrazioni ricordate manca forse la più esenziale, quella a favore delle vittime. Vittime del lavoro, della strada, della malasanità, dell’incuria, della sopraffazione dell’ingiustizia, della malvagità umana. Se si dovesse celebrare la giornata delle vittime forse non basterebbe un’intera settimana. Tante, troppe le vittime da commemorare.
In Italia il Partito radicale ha costituito il movimento: “ Nessuno tocchi Caino” che ha per scopo la moratoria sulla pena di morte e, si spera, la sua soppressione. Iniziativa lodevole, perché a nessuno, nemmeno allo Stato può essere riconosciuto il diritto di.
“ ammazzare”.
C’è un particolare: nessuno si ricorda d’Abele.
Una creatura innocente che incarna le vittime di tutte le ingiustizie. “ Salviamo Abele” deve essere la condanna di tutte le ingiustizie che si consumano quotidianamente: nei luoghi di lavoro, nelle strade, nelle case, nelle aule di giustizia, dovunque la sopraffazione , l’imperizia l’ignavia, la superficialità, l’egoismo si consumano nell’indifferenza generale.
Il primo fratricidio della storia si consuma con l’uccisione d’Abele, ma si perpetua con la risposta data a Dio che gli chiedeva notizie del fratello: “ Sono forse il custode di mio fratello?”. In questa risposta perfida c’è l’anticipazione dell’insensibilità umana e la premessa d’ogni male, perché neanche il fratello è considerato il proprio “prossimo”. Se salvassimo Abele o solo se ci provassimo sarebbe il migliore augurio per l’anno nuovo.
Pubblicato su La Sicilia il 30.12.2010
Saro Pafumi

domenica 26 dicembre 2010

La protesta sterile

A quanti non capita d’indignarsi apprendendo quanto guadagna un calciatore, un conduttore televisivo, un politico, un dirigente d’azienda, specie se quest’ultimo non scala il potere per meriti personali, ma spesso per favori politici. A chi obietta l’esosità di queste “remunerazioni” ( termine improprio) si risponde che è la legge del mercato che impone queste regole. Come se certe regole fossero i dieci comandamenti perenni ed immutabili. La nostra protesta a fronte di certe evidenti esagerazioni, si pensi alla pensione elargita ai deputati, dopo appena una legislatura, rimane un’espressione di volontà priva di qualsiasi effetto pratico e perciò del tutto sterile.
Sarebbe il caso invece che all’indignazione seguissero comportamenti univoci e concludenti, come per esempio non esprimere il voto, mirato ad un cambiamento di costume o non frequentare gli stadi finché gli ingaggi non siano riportati dentro l’alveo della normalità o cambiare canale se quel tale conduttore percepisce indennità sproporzionate al lavoro prestato. Ciascuno di noi è in grado di fare queste modeste riflessioni e comportarsi secondo quanto la propria coscienza gli suggerisce o il grado di disgusto lo coinvolge. Avviene, invece, che le nostre riflessioni rimangono sterili, le nostre proteste individuali o collettive non seguite da comportamenti concludenti e le infami e scandalose “remunerazioni”continuano ad essere corrisposte, nonostante qualsiasi individuale o generale disgusto. Il mondo cambia se c’è la volontà di farlo cambiare, perché in questi casi le soluzioni non sono demandate alla scienza, ma alla coscienza. Tutti ne possediamo una, basta sollecitarla e le soluzioni sono a portata di mano. Alla fine d’ogni anno faremmo bene a tracciare un bilancio dei nostri comportamenti, così come fanno le aziende, e adeguarli alle nostre convinzioni.
Pubblicato su La Sicilia il 27/12/2010
Saro Pafumi

giovedì 23 dicembre 2010

Un Natale diverso


Il Natale di quest’anno è magnificamente simboleggiato da quell’omino di stoffa vestito da Babbo Natale che si vede arrampicarsi, qua e là ai balconi delle case, per entrarvi non dalla porta principale, com’è naturale che sia, ma quasi furtivamente, perché inaspettato in quest’epoca di crisi. In questa sua scomoda, faticosa, inusuale posizione egli non porta nel sacco i soliti doni di cui è pieno il mondo, ma speranze, desideri, sogni di cui quest’umanità sofferente ha bisogno. Mi piacerebbe immaginarlo arrampicarsi sui tetti per portare ai tanti lavoratori ivi in attesa una parola di conforto e la promessa di un migliore avvenire. Mi piacerebbe vederlo arrampicarsi ai tanti campanili per chiamare a raccolta le tante persone scomparse; mi piacerebbe vederlo giocare a girotondo con i tanti bambini per infondere la speranza di credere nel futuro; mi piacerebbe vederlo girovagare per i mercati, deponendo, non visto, nella borsa della spesa dei tanti indigenti ciò che non possono acquistare: mi piacerebbe vederlo nelle corsie degli ospedali per restituire un sorriso agli ammalati, mi piacerebbe immaginarlo solitario e sorridente tra i banchi del parlamento per votare leggi sagge e sapienti. Intanto Babbo Natale ci ha regalato a Linguaglossa un nuovo parroco, giovane ed intraprendente, che ha profuso un’aria nuova e rigeneratrice. Finalmente in questo paese distratto e sonnolente qualcuno ha suonato la sveglia, segno che quando la volontà emerge dalla cenere le iniziative germogliano come fiori. Se questo è il dono, Babbo Natale non poteva fare scelta più gradita E’ nella concretezza delle cose che si misurano i doni e quando essi assumono le sembianze d’uomini retti e volenterosi i cuori si aprono alla speranza e il fervore che l’accompagna ha il suono delle campane a festa. Buon Natale.
Pubblicato su La Sicilia il 23.12.2010
Saro Pafumi

venerdì 17 dicembre 2010

Causa e vittime dei nostri problemi

Spesso noi lettori scriviamo su questa rubrica non risparmiando critiche contro questo o quell’amministratore per le tante disfunzioni che affliggono i cittadini. Critiche quasi sempre giustificate da problemi oggettivi, ma talvolta ingenerose contro chi, anche volendo, non riesce a risolverli non per mancanza di volontà o inettitudine, ma per ostacoli burocratici o difficoltà economiche o, diciamolo, anche per scarsa collaborazione civica. In queste critiche si spazia dalla difficoltà della circolazione nei centri abitati, alla raccolta della spazzatura, alla scarsa illuminazione delle strade, alla segnaletica, all’affissione selvaggia, al verde pubblico e così via. Lagnanze legittime e oggettive, ma speso contro obiettivi impotenti di fronte a problemi quasi insolubili. E’ facile protestare contro i Vigili urbani che non intervengono contro le auto in terza fila o in prossimità degli incroci; contro l’immondizia che invade le strade; imprecare e protestare contro la circolazione caotica delle auto nei centri urbani. Protestare è facile. Quanti di noi rinunziano a cercare un parcheggio lontano dal luogo di destinazione, per non farsi “quattro passi a piedi?”; quanti di noi si attengono al codice della strada rinunziando a transitare in senso vietato?; quanti di noi depositano il sacchetto della spazzatura fuori orario o nei posti più impensati?; quanti siamo disposti a lasciare l’auto a casa, riluttanti a privarci di questo comodo (?) mezzo di comunicazione? Quanti di noi vorrebbero vedere ben curato il verde pubblico, ma non disdegnano di sporcarlo con cartacce, contenitori d’ogni genere e cicche?. In quasi tutti noi c’è l’abitudine di delegare agli altri la soluzione di tutti i problemi, alcuni dei quali contribuiamo a crearli noi stessi. Per usare un esempio improprio, mi sembra che tutti siamo disposti a sederci attorno ad un tavolo per mangiare, ma nessuno disponibile ad apparecchiare o a lavare i piatti. Ci deve essere sempre qualcuno che raccolga i nostri avanzi o risolva le conseguenze delle nostre cattive abitudini. Recita un vecchio proverbio cinese: “ Se ciascuno spazzasse dinanzi alla porta di casa sua, il mondo sarebbe più pulito”. Il problema è che noi la scopa la vogliamo vedere nelle mani degli altri, se in quelle degli amministratori, ancora meglio. Non li abbiamo eletto, forse, per servirci?
Pubblicato su La Sicilia il 17/12/2010
Saro Pafumi